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IL BLOG DI MIRELLA ESSE

LA PIETRA FILOSOFALE: JUNG e L’ALCHIMIA

18/12/2014, 14:18

LA-PIETRA-FILOSOFALE:-JUNG-e-L’ALCHIMIA

Fine anni ottanta, inizi anni novanta... computer e cellulari erano alle fasi embrionali, la realtà virtuale una fantascienza ormai alle porte. E la Psicanalisi era ancora un privilegiato mezzo di ric

18/12/2014, 14:18

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LA-PIETRA-FILOSOFALE:-JUNG-e-L’ALCHIMIA


 Fine anni ottanta, inizi anni novanta... computer e cellulari erano alle fasi embrionali, la realtà virtuale una fantascienza ormai alle porte. E la Psicanalisi era ancora un privilegiato mezzo di ric



Fine anni ottanta, inizi anni novanta... computer e cellulari erano alle fasi embrionali, la realtà virtuale una fantascienza ormai alle porte. E la Psicanalisi era ancora un privilegiato mezzo di ricerca interiore... oltre che "una moda" che oggi sa di retrò. 
Avevo scelto il più estremista tra gli indirizzi Junghiani: una sorta di iniziazione misterica, un viaggio nelle profondità di se stessi e dell’inconscio collettivo costellato di sogni personali e archetipi universali. 
Ricordo con nostalgia lo studio della mia analista, dove mi sono recata settimanalmente per alcuni anni, come un ambiente silenzioso, mistico e rarefatto. 
I suoi libri dotti, gli arazzi orientali, le immagini simboliche... Tra colleghi ci si scontrava sul metodo: noi "junghiani" eravamo considerati dei folli mistici trasgressivi, come d’altronde lo era stato lo stesso Jung... 

Una vita dopo, nell’era digitale in cui il concetto di "universale" ha assunto connotati di globalizzazione, in cui alle profondità dell’inconscio è subentrata la superficialità dell’immagine, mi va di rispolverare, in una rapida e semplificata sintesi, una delle teorie junghiane che più mi avevano affascinato, mutuata dall’alchimia. Come si può leggere in un’intervista di Mircea Eliade a un ormai vecchio, ma lucidissimo Jung, questi si era dedicato allo studio di testi alchemici per quindici anni, senza mai farne parola ad alcuno, non volendo suggestionare i suoi pazienti o influenzare i suoi colleghi. Poi però alcune conclusioni gli si erano ineludibilmente imposte: le operazioni alchemiche erano "reali", solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica. Secondo Carl Gustav Jung, l’alchimia rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e psicologico. 
L’opus magnus aveva due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. Ciò che gli alchimisti chiamavano «materia » è per Jung l’inconscio. L’anima mundi, identificata con lo spiritus mercurius, era imprigionata nella materia: per questo motivo gli alchimisti credevano nella verità della « materia », perché la « materia » era la loro stessa vita psichica. Si trattava perciò di liberare questa « materia », di redimerla: di trovare, insomma, la pietra filosofale, il corpus glorificationis. Un lavoro difficile, disseminato di ostacoli: l’opus alchemico è pericoloso. Già all’inizio si incontra il « drago », lo spirito ctonio, il « demonio », la nerezza, la nigredo, come la chiamavano gli alchimisti, e questo incontro provoca sofferenza. La « materia » continua a soffrire, fino alla scomparsa definitiva della nigredo; ovvero, in termini psicologici, l’anima cade in preda alla melanconia, è imprigionata nella lotta con l’Ombra. Il mistero della coniunctio, il mistero centrale dell’alchimia, mira appunto alla sintesi degli opposti, all’assimilazione della nerezza, alla integrazione del demonio. 
Nel linguaggio degli alchimisti, la materia soffre finché la nigredo non scompare; allora la « coda del pavone » (cauda pavonis) annuncerà l’aurora e sorgerà un nuovo giorno, la leúkosis o albedo. Ma in questo stato di « bianchezza » non c’è vera vita, è uno stato astratto, ideale. Per infondergli vita bisogna infondergli « il sangue », la rubedo, il rosso della vita. Solo l’esperienza di tutti gli stadi dell’essere può trasformare lo stato ideale di albedo in una forma di esistenza pienamente umana. Solo il sangue può vivificare lo stato di coscienza più alto, in cui è dissolta l’ultima traccia di nerezza, in cui il "demonio" non ha più esistenza autonoma ma viene integrato, ricostituendo la profonda unità della psiche. Allora l’opus magnum è compiuto: l’anima umana è completamente integrata.

In un prossimo articolo riprenderò questi concetti, applicandoli alla psicologia.

da: Jung parla, Interviste e incontri, Adelphi 2002





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