IL PRESENTE - LA NARRATIVA DI MIRELLA ESSE
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NON HO MAI SUONATO IL VIOLINO 
(racconto pubblicato su Writers Magazine Italia di Delos Books)      

Non ho mai suonato ilviolino, ma se sapessi farlo ora, trascinerei l’archetto su rotaie di notemetalliche, sfrigolerei trilli come Paganini per finire a sciogliermi in unamelodia molle come un moccolo su cui si è appena soffiato.Dal laboratoriofiltra una luce fievole, colando sotto la porta in trame sfilacciate. Il bucodella serratura, che profano senza scrupoli, mostra un piccolo cerchio di alambicchicolorati e tenaglie. Busso. Nessuna risposta. Provo ancora. Mi risponde unruggito, dico ‘come?’, la voce tornaumana, ‘avanti’. L’uscio si aprecigolando, come nei migliori thriller. Lo vedoindaffaratissimo, in camice bianco, fra mucchi di fogli ingialliti emodernissima ferraglia, provette colme di liquido iridescente e transistor. Nonsi volta neppure: ‘Lo hai lasciato ancora,per l’ennesima volta!’, biascica con la bocca piena di chiodi.  Sta armeggiando con un martello e una segaelettrica. ‘Voglio suonare il violino’ chiedo imperiosamente ‘come Paganini’, aggiungo senza tropporiflettere. Sospira con fragore,sputando i chiodi come uno sciame d’api che lascia l’alveare: ‘Sono molto impegnato, oggi, non vedi?’ Sta mettendo insiemeun gigantesco schedario dove rinchiudere le preghiere troppo insistenti:cassettini blu per i problemi di salute, verdi per quelli economici, gialli perle persone di cui non vuole più sentir parlare. Decine, centinaia dimicro-lucchetti sono sparsi ai suoi piedi in attesa di sigillare i fastidi: ‘Ti tengo le scansie a sinistra, c’è postoanche per i tuoi crucci futuri’. Divento una furia,prima arancione poi rossa; la polvere mi ricaccia l’urlo in gola per darespazio a una tosse convulsa. Mi porge un bicchiere d’acqua piovana,direttamente da corolle di fiori di vetro sul davanzale. ‘Voglio suonare il violino. Adesso’.   Si lava le mani.Schiaccia un pulsantino dell’orologio da polso. Si apre un varconell’ammuffita libreria: è la sala operatoria, asettica, linda. Si denuda, mostrandosenza vergogna il corpo grinzoso coperto di una fitta peluria e l’inguine indisuso ormai da un pezzo; si riveste di Domopak, sembra un feto nel saccoamniotico dopo la fuoriuscita del liquido nel pre- parto. Guanti monouso: ‘Sono pronto’.Mi sdraio sul lettino.Con fracasso la libreria si richiude. Preleva il necessarioda un armadio bianco. Lo guardo amputarmi il braccio destro con il laser, ildolore fisico mi contorce e arrotola come uno straccio da pavimenti, ma lui nonci fa caso. E’ un attimo: unbagliore di specchio fende lo spazio, riflessi arcobaleno fanno girandola sullepareti prima di spegnersi su di me. ‘Eccofatto’. Si sfilai guanti e li getta nell’apposito contenitore; mentre mi riprendo, in un lampotampona il sangue che è schizzato dappertutto, disinfetta, riordina l’ambiente:conserva il mio braccio vero in formaldeide, ‘non si sa mai che lui torni, non sarebbe una novità ’.Ammiro la protesi, ènuova di zecca, un Braccio con sottili propaggini argentee che s’innestano apiovra nei nervi e nei muscoli della spalla. L’arto è levigato, trasparente eazzurrino; si vedono i complicati ingranaggi che sostituiscono le componentianatomiche; termina in una mano dalle dita allungate, plastiche e mobili. Miritrovo a considerare il braccio sinistro con disprezzo: pelle screpolata eavvizzita, colorito grigio-rosato da inizio abbronzatura, mano tozza, unghiespezzate.‘Nonfarti venire strane idee! ne avevo uno solo’, mi apostrofa preoccupato. ‘Per ora dovrebbe bastare’ rispondo prontamente’ dove si accende?’‘E’un modello in fase sperimentale, funziona sull’onda del desiderio’.Torniamo inlaboratorio, lo srotolo dalla pellicola, si rimette il camice e riprende apiallare la cassettiera. Mi perdo adosservarlo incollare piccole etichette con scritte minute: ‘Ogni richiesta finalmente starà al suo posto, senza intromettersi edisturbare le altre’, sembra soddisfatto. Ormai non bada più a mee posso andarmene senza ringraziare.Il Braccio fabbricaun violino intagliando e assemblando poesie e ricordi della nostra storiapassata. Non ho bisogno dispartiti. Davanti alla finestraaperta, nella notte senza stelle suono per la luna calante deformata damartellate d’ombra. Ad occhi chiusi sprigiono Capricci dal nostalgicostrumento: il Braccio s’ingegna con maestria, l’archetto s’impenna, atterradolcemente sulle corde tese, plana sui giacigli delle note addormentate, lesveglia, le riscuote, le guida verso galassie lontane. Piange le lacrime chel’orgoglio cuce nei miei occhi, le dissotterra dal regno dei morti che la tuaassenza ha evocato.Per giorni restanotte, col tempo fermo in attesa che la musica giunga a sfinimento. Mangio edormo suonando, imparo a vivere senza usare le mani. Il Braccio non sentestanchezza, non posso fermarlo, finché incandescente non compone il propriorequiem.Non è cambiato nulla.Non mi è servito amolto, se non ad affogare temporaneamente la tua perdita nella freneticafantasmagoria musicale. Questa volta entro inlaboratorio senza bussare. Sta russando a boccaaperta su un antico tomo. Mi avvicino in puntadi piedi: formule esoteriche gli escono dalle narici insieme ai rumorosi respiridel suo sonno pesante. Mi siedo in modo da intercettarle e traggo qualche nota suggestivadal violino immaginario. Aliti saturi di arcane configurazioni, a quel suonofantastico, s’inginocchiano a lambire il mio ventre. In un sussulto diremoto piacere, la Bestias’impossessa del mio corpo dall’ombelico in giù. Meglio del previsto,non c’è bisogno di un altro intervento chirurgico: nuove appendici premono, sifanno strada, strappano le mie forme consuete. Una parte del mio corpo siallarga, s’irrobustisce, si copre di un mantello di pelo dorato. Me ne vadogaloppando, metà donna e metà cavallo, non dimentico il violino d’ombra epoesia. Non sono più tornataal laboratorio, in seguito: chissà se il Demiurgo ha terminato la cassettiera ese è finalmente felice con i suoi pensieri sotto chiave. Chissà se mi haicercata, se sei tornato sui tuoi passi o sei rimasto arroccato nel tuo silenzioimplacabile. Non lo saprò mai. Piena di vergogna peril mio nuovo aspetto, sono fuggita lontano, nel folto dei boschi, su desertespiagge invernali, fra ossi di seppia e mareggiate che scagliavano frammenti diconchiglie morte fra le mie zampe sottili e potenti. Ho spiato il succedersidelle stagioni nelle albe inquiete, ho pascolato su freddi altipiani sferzatidalla tramontana, mi sono rotolata nella neve rischiando di scivolare increpacci insidiosi. Ho corso senza mai fermarmi se non per consolare la lunacalante con i dolci tocchi del mio violino: infine lo ha voluto per sé, scambiandolocon la mia completa metamorfosi. Ho accettato a patto che, insieme a ciò cherestava dell’aspetto umano, non mi privasse anche delle melodie che ho imparatoa suonare.Un turbine di note daallora mi scorre nelle vene, indirizza le mie scorribande verso nuove mete incui smarrire e sublimare il rimpianto di un amore finito. Nitrisco, la miafolta criniera segue i ritmi del vento: ha una sua musica, per chi saascoltarla. Banale, questa, come il pianto dei salici.   
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CHE COSA NON  DAREI PER TE                                   
(racconto pubblicato su Writers magazine Italia di Delos Books)

Cara, ti ho detto mille voltedi non lasciare i tuoi glutei sul divano! Scusami,ma ieri sera siamo rientrati tardi e avevo bevuto, non ricordo nemmeno diessermeli tolti.Si palpa il didietro, in effetti è molle e cadente. Il marito escesbattendo la porta.Questivuoti di memoria! da domani smetto col vino e gli analgesici, promette a se stessa,  ben sapendo che non lo farà.Recupera i duegelatinosi cuscinetti di plasma rappreso in una sorta di retino trasparente daarrosto – per fortuna non si sono deteriorati a temperatura ambiente;rintracciate a tastoni le apposite tasche di carne tra le pieghe posteriori arricciate,li comprime e infila a dovere restituendosi chiappe da ballerina brasiliana.Cosìva meglio, respirasollevata. Nella cabina-frigo, passa alla seconda delle operazioni quotidiane. Ignora allo specchioil seno avvizzito che, come una calza della Befana svuotata del ghiottocontenuto di caramelle e cioccolatini, pende triste sulle costole scheletritedalla dieta. Preleva dal refrigeratore con le apposite pinze altri due morbidie spugnosi involucri, in tutto simili ai precedenti se non per il rosa piùaccentuato e per le diverse misure; apre le sottili cerniere a bordo areola mammariae, slash!, posizionate le protesi con maestria, richiude. Può cominciare aspecchiarsi… oddio! Suo marito si èsbagliato. Non erano i glutei e lei, così distratta, ha messo il seno al postodel sedere e viceversa. Si accartoccia dal ridere: per fortuna ha uno spiccatosenso dell’umorismo. Con uno sguardo birichino, fissa sullo sterno una clip conun ciuffetto nero peloso e disegna due capezzoli rossi sulle propaggini delfondoschiena. Potreilanciare una nuova moda, o uscire per Carnevale con il tanga davanti e ilbalconcino di pizzo dietro. Ride a crepapelle, ferma che ti cade la faccia! Siricompone. Con la videocameraincorporata nello specchio fa qualche ripresa da mandare a siti porno perfotomontaggi perversi. Poi ci si metted’impegno: spreme qua, sguscia là – bisogna dire che si assomigliano molto,deve stare attenta a riporli nei contenitori giusti: superiore destro,superiore sinistro, inferiore destro, inferiore sinistro, se no mi ci perdo.Qualche dubbio sulletette ancora c’è: non avrò messo la sinistraal posto della destra? le punte vanno in dentro anziché in fuori. Lescambia di nuovo, va meglio: adesso sìche ci siamo.Sono quasi le dieci,si fa tardi.Reggiseno tagliasesta, due bocce da far invidia alla Cucinotta – uno spettacolo. La maglietta corta eattillata mostra un filo di pancia, si agita: dov’è la ceretta? Applica uno strato di crema abrasiva sull’indesiderataescrescenza addominale: cronometro, quindici secondi se no l’acido perforaanche la muscolatura. Striscia di carta, stringe i denti…strap!Il rotolo di  grasso  resta schifosamente  appiccicato alle sue mani, lo getta nelcestino scollandolo con una smorfia di disgusto. Una strofinata di cellulecutanee geneticamente modificate ed il suo ventre è più piatto e levigato chemai. Piercingall’ombelico, vertiginosa mini a vita bassa con scorcio da capogiro.Cosavedo! l’internocosce è un disastro, stamattina: quant’èche non lo ripristino? Si ferma a pensare, dunque, ieri no, domenica? Saranno quattro, cinque giorni al massimo.E’ ora di ripeterel’operazione. Non trova la chiavetta, con ansia mette a soqquadro un paio discaffali gremiti di attrezzi. E’questa? Laconfonde sempre con quella per le braccia.Eccola! più grande e robusta. Gira l’estremità appuntita nei fori metallicipredisposti ai due lati dell’inguine, avvita – quanti giri? meglio non esagerare.Uno spruzzo di setaumana e ci siamo: le cosce sonolucide snelle e sode come quelle di Barbie.                   Tacchi vertiginosi. Unameraviglia!! E sono solo le undici. Orapassiamo al viso: sel’è rifatto in clinica un mese fa,basteranno un’iniezioncina di silicone al labbro superiore – attenzionealle asimmetrie! – e il riempitivo per lerughe della fronte.Lenti a contattoazzurre, sbiancante per i denti; allunga i capelli che ieri portava cortissimi.Mezzogiorno! Faccio in tempo a fare la spesa.Il sole accecante letrasmette un senso di profonda malinconia: malgrado gli sguardi dei passanti siincollino vogliosi alle sue curve e alle sue gambe, si sente fuori posto, comequando da adolescente usciva vergognosa con la faccia piena di brufoli. Riempieil carrello di alghe, miglio e insalata, tisane depurative e lassativi.Copula con i solitivicini che incontra ogni giorno al rientro dal supermercato: è una coppia dibisessuali (nel vero senso della parola: sopra uomo sotto donna lei, sopradonna sotto uomo lui), che, simulato un guasto all’ascensore, le saltanoaddosso e se la passano girandola di qua e di là, su e giù, fino a saziarsi diorifizi e protuberanze. Almeno loro le danno un po’ di soddisfazione!“Hai mai pensato di cambiaresesso?” dice lui/lei “Si usano molto le tettone col mega-fallo, vanno forte”.Noncomplicarmi la vita, ci penserò. A domani.Sistema la spesa incucina e apparecchia per due, quindi si rintana nella sua cabina-frigo per iritocchi del caso. Uffa,glielo dico tutte le volte di stare attenti! Un seno è finito sotto l’ascella, l’altro èbitorzoluto come il naso di una strega. Gli sfinteri sonotutti slabbrati: pazientemente con ago e filo mono-uso rifà l’orlo e contiene iprolassi. Dopo aver riassettatoe ricomposto anche il davanzale, estrae da un cassetto un fallo di gomma digrossa taglia e se lo prova, Come sto?certo, mi ci dovrei abituare. Lo ripone, rimandando decisioni drastiche. I glutei sonoammaccati, costellati di ditate violacee: una spolverata di pelle artificiale,fondotinta, e tornano perfetti.Cambia globi oculari,indossa quelli orientali che piacciono tanto a suo marito. Il campanello suona, èlui! Lo accoglie in babydoll trasparente, niente sotto, monte di Veneredepilato alla perfezione.Niente più del bacioabituale sulla guancia: “Hai l’alito pesante”, e non la degna di uno sguardo.Ha un pacco di giornali e riviste sotto il braccio, traboccanti femmine daurlo. Cosa avranno più di me? sichiede risentita. Torna allo specchio. Insomma,cosa c’è che non va? Avrà un’altra? Magari è diventato omosessuale...controllerò i suoi preferiti, su Internet. Gli si para davantiin tutto lo splendore delle sue protesi: tanta, bella, provocante. Caro... Lui solleva unapalpebra: “Ti farei a pezzi”, grugnisce e riabbassa l’occhio spento sulquotidiano.Oh, dammi solo un po’ di tempo!! trilla felice: ora sa cosa fare perriattizzare la fiamma, per non perdere il suo amore.Rapidamente rinnovala cabina-frigo con i suggerimenti del chirurgo di fiducia: accanto aicontenitori per seno e glutei, ripiega con cura come linde camicie appenastirate una serie di cloni con pezzi sostituibili, arti smontabili, piccoleparti autorigeneranti. E’ pronta.Il marito affila lascure con cui è solito potare i rami secchi più robusti nel giardino: toglie laruggine, la disinfetta. Durante questa operazione sente il sangue rifluirgli albasso ventre, inizia ad avvertire quel turgore al cavallo dei pantaloni alquale si era disabituato. Con espressione grata e seducente, aiuta la moglie a sdraiarsisul grande tavolo di marmo della cucina. Un colpo deciso ezac! il primo a partire è il piede destro.Un orgasmo da vecchitempi! Da quanto non lo vedeva godere così?Giorno dopo giorno èla volta del naso, della gamba sinistra, delle orecchie, il mignolo, lamandibola, le braccia… Lucedei miei occhi, che cosa non darei per te! Pur di vederloinnamorato come all’inizio della loro storia, lei sopporta volentieri il dolore. L’unico problema è che rischia di fartardi a preparargli il pranzo: le occorre sempre più tempo, la mattina, perricostruirsi.
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UN OCCHIO VERDE, UNO NERO  
(racconto in appendice a Roulette Russa, Arpanet Editore)

Pareva di viaggiare dentro unabottiglia, tanto quella notte erachiara. Dal finestrino aperto, l’aria gravida dellatarda estate m’inebriava. Musica di sottofondo. Rientravo a casain uno stato di finta esaltazione, raccontandomi che la vacanza era stataperfetta, ma il mio cuore languiva. Tropposola, da troppo tempo. I campi dormivano. La luna rossa impallidivanel suo corso. Gli alberi, frusciando, sussurravanopromesse.  Nel buio della campagna una stellacadde, proprio davanti a me. Uomo.Donna. Purché subito!  desiderai, in un guizzo di voglia repressa. Una figura si materializzò sullastrada, all’imbocco solitario della città. Mi fece cenno di fermarmi. Timorosa maincuriosita, accostai. Era un uomo magro, elegante in un completodi lino bianco. La camicia sbottonata mostrava il torace liscio e muscoloso. Avevaun viso dai lineamenti irregolari, bello alla luce dei lampioni. Di tanto intanto scostava un ciuffo di capelli biondi dalla fronte. Non diceva nulla, lasciava che loguardassi.Restammo in silenzio un paio di eterni minuti,poi realizzai. Aveva tutta l’aria di essere lì pervendersi. Possibile?Disinibita da un bicchiere di troppotrangugiato a cena, gli domandai: equanto vorresti, per stanotte? Senza scomporsi sparò una cifra, accessibile.Avevo colto nel segno!La cosa si faceva interessante: mancava,tra le mie tante esperienze. Pensai alla faccia delle amiche, quando l’avreiraccontata: solo per quello, valeva la pena di non tirarsi indietro.Contai i soldi e glieli porsi. Dopo, disse in tono ironico e indicò uncamper parcheggiato in una piazzola di sosta. Lo seguii in uno stato di strano torpore,tra sonno e veglia. Non fu un sogno, ciò che accadde dopo.   Entrammo in un ambiente dal sentoreorientale. Incensi mi stordirono, ma fu il suo odore a darmi il colpo digrazia: un carnale aroma maschile misto a spezie fragranti.  Nella penombra rossa si spogliò senzauna parola. Mi fu subito addosso, come il piùfocoso degli amanti.  Il mio corpo si sciolse e schiumò in mareelente. Nell’ebbrezza del dissolvermi riconobbi la furia del vento, il fragoredell’uragano. Cisapeva fare, eccome!  Non scenderò in dettagli: dalle spoglie dellapoesia uscirebbe ciò che è banale, del sesso. Ciò che tutti fanno o spiano, masembra unico quando si ama o si è molto presi dall’altro. In poche parole, persi immediatamente latesta per quello sconosciuto, scambiando per coinvolgimento la sua vorace intensità.Al culmine del piacere, lo guardainegli occhi - uno verde e uno nero.  La sua espressione impassibile e vuota,mentre entrava e usciva da me, mi raggelò: era quella di un assassino. O di unopsicopatico perverso. Si eccitò ancora di più, sentendomiirrigidire: aumentò il ritmo e finì in un gemito. Si accese una sigaretta, senzadomandarmi se la volessi anch’io. Tese la mano: ora puoi pagarmi. Non c’era emozione nella sua voce. Come sono stupide le donne, e io che miero già innamorata! Piansi, frugando nel portafogli.Puoiavermi ancora, fra un po’, se ti va.Conlo sconto?  azzardai. Paghiuna, prendi due?Mi rise in faccia.Con il sapore della sua lingua e dellemie lacrime in bocca, mi rivestii in fretta e me ne andai senza voltarmi,sperando che m’inseguisse. Magari con un coltello. Meglio ancora per dirmi che mi amava.Niente di tutto questo. Probabilmenterussava già di gusto, nel suo camper-bordello, o si preparava per un’altracliente.La storia, da questo momento in poi, siaggroviglia in modo inspiegabile: abbiate pazienza.Non so come fanno gli uomini a comprarei nostri corpi per svuotarvi un bisogno, senza lasciare dentro neanche unpezzetto d’anima, piccolo s’intende. Un pensiero, un affetto, una parola.Io me la sono giocata tutta, l’anima,in quella mezz’ora di mercato. Quel dannato casuale incontro, anzichéfinire nel dimenticatoio come meritava, iniziò a lavorare sott’acqua, nel mio inconscio – per dirla come ilvecchio Freud.Tento di riordinare le idee. Non èfacile.Cos’è successo dopo? Ah,sì.Tornai alla mia vita di sempre, quelladi studentessa lontana dal suo paese, nell’appartamento in affitto con un paiodi fantasmi frettolosi che salutano la mattina prima di uscire e danno labuonanotte prima di andare a letto. Continuando a pensargi, alla mia bella puttana, in un vortice d’insensatodesiderio. Senza riuscire più a concentrarmi, leggere, mangiare, dormire. La malattia da tempo mi parlottavaall’orecchio: non aspettava che il pretesto per alzare la voce e farsi sentirenel suo strepito insulso. Con gli altri mi fingevo normale, cioè cometutti … insomma, come in genere ci si aspetta da te, ma per farlo mi occorreva,usando un eufemismo, un po’ di carburante.Procurarselo, nel mio giro, non era poi così difficile: niente di troppo forte,quel tanto che bastava a restare a galla nella melassa fitta e subdola dei mieipensieri. Qualche birra e un po’ di vino completavano l’opera. Se non altro,ripresi a frequentare le lezioni all’università. Una mattina me lo trovai davanti. Proprio lì, nell’aula! Biondo. Alto. In un soprabito morbido chelo abbracciava come avrei voluto fare io. Parlava con un gruppo di studenti.Con indifferenza fasulla - per poco nonsputavo il cuore e i polmoni - chiesi a un compagno chi fosse. Unodei nuovi docenti: tipo eccentrico, vero?  Cortese ma gelido. Econ un’insolita caratteristica:un occhio verde e uno nero.Tentai di abbordarlo ammiccando, ilProfessore, decisa persino al ricatto, nella certezza che temesse lo scandalo. Nessun turbamento nei suoi occhidiversi. Nessuna increspatura delle labbra sprezzanti,così dolci all’assaggio. Per farla breve, non mi degnò di unosguardo. Come se non esistessi.Tutto intorno a me s’annebbiò. Degli amici mi hanno detto, poi, di avermiaccompagnata a casa: avevi la febbre,straparlavi, non ti reggevi in piedi.Ricordo che, rimasta sola, mi specchiaisenza riconoscermi.  C’era un’altra,nella superficie lucida, e rideva di me. Con l’impulso di strangolarla, allungaile mani dentro lo specchio, ma c’era lui - adesso. Affascinante, nudo, in erezione. Afferrandomi per le braccia mi attirò asé, ma non feci in tempo a gustarmelo perché svanì in una risata cattiva, lasciandomiprigioniera nella lastra fredda.Dall’altra parte, mi vidi perplessa. Odiaiquella mia stupida faccia impietosita. Costretta a ripetere i miei stessigesti, a mimare le espressioni del mio doppio, gridai forte. Niente voce dallecorde vocali, se non era lei a gridare per prima. Nello sforzo di liberarmidalla morsa metallica per uscire dall’incubo, mandai lo specchio in frantumi.Mi hanno detto di avermi trovata sulpavimento, ferita: perdevi sangue, gridavi come un’ossessa. Qualcuno ebbe lasplendida idea di chiamare un’ambulanza e di portarmi in ospedale. Dopo avermi ricucita, pensando chefossi matta, chissà perchè, mi spedirono come un pacco direttamente inpsichiatria.Fosse finita qui…Imbottita di tranquillanti, mi sonosvegliata dopo non so quanto e lui, lamia bella puttana, era lì : accanto al mio letto, ma per curarmi. Eh, già. Un grullaio, lodefinirebbero dalle mie parti. Uno strizza-cervelli. E la folle ero io! Brutta situazione, chi mi avrebbecreduto? Per giorni l’ho controllato a sua insaputa, in cerca di un indizio persmascherarlo. Nulla.A chi potevo confidare com’eranodavvero andate le cose? Alui?                Per beccarmi anche un elettroshock?                No, grazie!Per ore, nel suo studio, gli sono stataseduta di fronte in silenzio, con le pupille piantate nelle sue. Mi haincoraggiata in tutti i modi: esortandomi, invitandomi, minacciandomi,accarezzandomi… sì, anche accarezzandomi, come un padre incestuoso, ma non èriuscito a tirarmi fuori una mezza parola. Nemmeno con quei suoi fottuti farmaci che friggono i neuroni efanno diventare obesi, se non si riesce a sputarli di nascosto.Per settimane l’ho visto asettico,immaginandolo porco come la notte in cui mi ha distrutto la vita. Facile sbandierare una presuntanormalità nel reparto dei matti!Continuerà pure a nascondere la suadoppia vita dietro il camice bianco, elevandosi nel ruolo di salvatore, ma non potràpiù guardarci con quell’aria tronfia di superiore distacco.  Stanotte, dopo aver rubato qualcheinformazione e le chiavi del medico di guardia a una scema d’infermiera novellina,sono entrata piano piano nella stanza dove lui dormiva. Nudo, come unangioletto.  Hapreso un sonnifero, come sua abitudine. Ho scostato le lenzuola per contemplarloalla luce della luna, annusando quel suo profumo d’incensi e spezie, misti a sudoreambrato. Da ladra, in fretta, senza che sisvegliasse, non mi sono persa un centimetro della sua pelle, con la punta delledita e della lingua, fino all’ultima goccia del suo piacere. Poi… Non so nemmeno io come ho fatto. Larabbia guida la mano,dicono, e la disperazione l’aiuta. Con una lametta da barba. Non c’è voluto molto.L’ho lasciato che urlava, come un pazzo, sì. Mi sono nascosta, mentre il personaledi turno accorreva. Nella confusione hanno lasciato laporta aperta e me ne sono andata, tranquillamente. Ho raggiunto la mia auto,sono ancora capace di guidare, e mi sono addentrata nella notte ripercorrendoun tragitto noto. Ora sto nel suo camper, ad aspettarlo: dovràpure tornarci, prima o poi.Se non altro a riprendersi gli occhi. Sono qui, nella mia tasca, tondi elucidi come le biglie con cui giocavo da bambina. Uno verde, l’altro nero. 
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                   SESSO, ALI & VIDEOGAME
                              Cyberanomia
romanzo breve di Mirella Esse, disponibie in formato ebook su Amazon Kindle

PRESENTAZIONE
La prevedibile ripetitività di un notissimo video-gioco, "THE SIMS", che riproduce in maniera stereotipata la vita reale, è progressivamente manomessa da un virus sconosciuto: l’abitudinaria e perbenista quotidianità degli abitanti di un quartiere alla moda, Saint John Valley, nella periferia di una metropoli americana, sfocia nel caos. Il Sindaco si trasforma in scienziato pazzo, una troupe cinematografica invade la città stordendola di effetti speciali, un drago enorme oscura il cielo inghiottendo il giorno, il male nascosto dietro storie di vita “normale” viene a galla. Unica speranza di salvezza un paio d’ali… Miti e tormentoni del mondo contemporaneo occidentale, dal successo facile, al consumismo esasperato, agli eccessi della dimensione virtuale, alla politica corrotta, allo stress da lavoro, fagocitati da una misteriosa voragine digitale, lasciano il posto a manifestazioni di recuperata e stramba libertà. Tutto qui è possibile, tranne fare appello alla logica: meglio seguire l’esempio dei protagonisti e godersi i colpi di scena, senza la pretesa di dipanare l’ingarbugliata matassa come tenta di fare Betty, una diligente studentessa universitaria, con il risultato di essere coinvolta dal relatore della sua tesi sociologica in un giallo “cyber-anomico”, vero e proprio rompicapo, che si sviluppa di pari passo con gli sconvolgimenti di Saint John Valley.