Psycho-thriller
ROSA CUBANA
fenice
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Dubitoergo sum… I dubbi del protagonista, pittore senza gloria, sullapropria identità e sulla propria colpevolezza, scandiscono come battiti di unpendolo fatale la trama di questo thriller psicologico: è un artista folle,finito per caso e per sfortuna tra gli indiziati di crimini a sfondo sessuale,che colludono con la sua perversa ispirazione, o un serial killer dal talentofigurativo che finge (anche con se stesso) di essere pazzo per sfuggire allapolizia e ai morsi della coscienza? Figure femminili ambigue, la misteriosa, provocantevicina Amanda e Rosa Cubana, prostituta mulatta dalla cangiante essenza,alimentano la sua confusione   in   un  labirinto  di  specchi  di  cui non  si  vede l’uscita, fino alla  imprevedibile  catarsi  finale.
ROSA CUBANA si pò ordinare nelle librerie online o alla casa editrice: commerciale@edizionilacarmelina.it 


LA COPERTINA:  Venus Restauree di Man Ray (1936), elaborazione digitale di disegno a matita (2014)
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LE PREFAZIONI
ROSA CUBANA: IL PUNTO DI VISTA DI UNO PSICHIATRA 
di Giuliano Turrini

   La mente affascina, si sa. Credo sia perché citrasmette il fascino dell’ignoto, un ignoto che è in noi e non al di fuori dinoi; e per questo ancor più perturbante, inquietante, dunque attraente.  Non è difficile comprendere e descrivere il funzionamento del cuore - ilcuore di un uomo non è dissimile da quello degli altri mammiferi, - e persinodi un fegato, che del cuore è più complesso; organi entrambi, come altri,trapiantabili o addirittura creabili artificialmente. Ma la mente? Comefunziona la mente, che poi non è un organo, ma al massimo l’espressione di ciòche avviene in un organo, cioè il cervello? E del cervello, di come producequei processi mentali che chiamiamo idee, emozioni, sentimenti, cosa sappiamo?   Ogni tanto la ricerca produce un lampo, un attimo di luce che ci illude(o forse illude solo le anime semplici) di avere trovato la chiave, mentre èsolo un barlume di conoscenza che ci incoraggia a muovere qualche altro incertopasso, per poi ri-piombare nel buio e nel dubbio, nella attesa di un nuovobagliore.  La letteratura noir o gialla(preferisco la prima, dove il confine tra il buono e il cattivo, tra il torto ela ragione, é più indefinito: perché il dubbio è sempre più intrigante dellacertezza) ha attinto a piene mani dalle patologie della mente, da quelle che ilcomune sentire intende come deviazioni dalla normalità (ma quale sarà poi lanorma?), con soddisfazione di pubblico ma anche di critica, se il racconto èben scritto e ben congegnato, a riprova della attrazione esercitatadall’argomento. E così il cinema che ad essa si è ispirato, dipingendo talorapersonaggi maestosi e inquietanti che sono rimasti impressi nella memoriavisiva ed emotiva di tutti (si pensi solo al dott. Hannibal Lecter de “IlSilenzio degli Innocenti”, cui ha prestato il volto e lo sguardo il magnificoAnthony Hopkins).  Dunque, Mirella S. si avventura in un campo già ampiamente sfruttato,anche se certamente ancora fertile; ma lo fa in un modo radicalmente e quasiesplicitamente personale (che forse è l’unico modo di scrivere per chi non siascrittore di professione), attingendo a piene mani dal proprio mestiere. PerchéMirella S. è psichiatra, con formazione ed esperienza sia nella psicoterapiasia nella psichiatria forense (e chissà, e spero me lo perdonerà, chequest’ultimo interesse non abbia una componente edipica, visto che il padre èstato un apprezzato maestro della medicina legale… D’altronde non si vedeperché gli psichiatri dovrebbero essere immuni dal famoso “complesso”!); ma è ancheuna psicodiagnosta, particolarmente esperta, direi versata, nel test diRorschach. Quel test, noto anche ai profani della materia, costituito damacchie indefinite prodotte come da una boccetta di inchiostro casualmente rovesciatosu una tavola, nelle quali chi guarda coglie immagini e figure, derivandoneemozioni talora intense; un test che proprio dalla assenza di forme definitederiva il suo potere evocativo, suscitando fantasie e associazioni. E proprio questasua esperienza e conoscenza mi è parsa attraversare tutto il romanzo, ancor piùdella sua esperienza psichiatrica (per ammissione dell’autrice il protagonistaè ispirato dai tanti pazienti esaminati e curati); perché Michele fluttua trarealtà e sogno, tra percezione sensoriale e proiezione mentale, senza certezzasulla natura reale od onirica di ciò che gli accade. Proprio come in una tavoladel Rorschach la realtà di fronte a lui e dentro lui ondeggia, sfuma, sideforma, assumendo forme diverse rese inquietanti dal dubbio. Lavida es sueño, y los sueños, sueños son, come dice Calderòn de La Barca, e Michele rimane sospeso tra sogno erealtà, tra azione e soddisfazione allucinatoria del desiderio, inseguendofigure femminili che divengono icone delle sue fantasie.    Ed è proprio una figurafemminile che dà il titolo al racconto, nel cui stesso nome è contenutal’ambiguità, la partecipazione a due diverse nature, di cosa e persona, trasostantivo/aggettivo e nome/cognome; come a rappresentare l’ambivalenza, unaindefinitezza sospesa tra percezione sensoriale e proiezione mentale. Come nelRorschach.    Una femmina dunque; anzi unaputtana. Termine ormai assunto ad un significato volgare e spregiativo, maetimologicamente evocativo di una dimensione sacra, addirittura religiosa; laradice puta in sanscrito alludeappunto a ciò che è «puro» o «santo», e nel testo sacro del Mazdeismo, lareligione dell’antico Iran, putika èun lago mistico di acqua rigenerante. Rosa Cubana, come una puttana sacra, accompagna la vita mentale diMichele, permeandone sentimenti ed emozioni, poi soccorrendolo e infinerigenerandolo e salvandolo da se stesso, così da fargli dire, chiudendo lanarrazione, che “…l'Amore è un bellissimo sogno, da cui nessuno ci devesvegliare”. Calderòn de La Barca non ne sarebbe dispiaciuto.
ROSA CUBANA: IL PUNTO DI VISTA DI UNO SCRITTORE
di Marco Tani
  
 Il racconto eroticoperfetto, ammesso che sia lecito ogni eventuale parametro di perfezione, èforse quello in cui l'eros diventa il pretesto per narrare e, al contempo, lanarrazione sa diventare il pretesto per l'erotismo. Tale corrispondenzabiunivoca “funziona” come il giorno e la notte, il puro e il contaminato, ilsonno e la veglia, misteriosi reciproci gregari coi quali, sin dalle primepagine, Mirella Esse lavora con rara disinvoltura. L'universo stesso del bondage, evocato in forma di confessioneo meglio, presentazione di sé e della propria identità d'artista, dalprotagonista, è accuratamente offerto nel rapporto inscindibile di carnale edivino con cui l'autrice assolve felicemente al compito che devenecessariamente assumersi ogni autore erotico occidentale, quello di unire ciòche viene presentato come “in opposizione e per definizione separato” da unacultura che ha sempre consentito ad entrambi di vivere alla grande a patto dinon incontrarsi mai. L'evocazione del bondagegiapponese in questi termini mi fa indirettamente pensare all'apertura di“Sole e acciaio” di Mishima dove il grande autore del Sol Levante evocal'istante in cui si era trovato a superare il dualismo fra “la notte delromanzo” e “il giorno della critica”, un territorio letterario “sottilmenteambiguo”, il cosiddetto “dominio del crepuscolo”. In quel caso, con un gioco diparole, Mishima lo definiva “il dominio del 'Chi è colui' (dal giapponese: Taso kare = Chi è colui e Tasokare = Crepuscolo).
La narrazione di Mirella Esse appare, su un filo parallelo, come il tentativodi Vega, non a caso prima onirica presenza nell'apertura del romanzo, entitàmitologica rappresentata nell'universo greco romano come “avvoltoio planante”,di gettare un ponte fra la notte ed il giorno, fra il vivere e l'atto dellamorte, fra il volo e l'atterraggio. Come nella spiegazione del “Chi è colui” diMishima, anche nel bondage delromanzo di Mirella Esse e nei giochi di parte rivelanti, per opposizione,l'amore edipico del protagonista, il territorio ambiguo del crepuscolo“coincide perfettamente con lo spazio fisico occupato dal corpo” e le corde,che delimitano il confine del corpo, lo stringono, lo isolano condannandolo auna parossistica ma comprensibile ed iniziatica felicità, diventando esse stessela forma più alta e cifrata di linguaggio del corpo stesso. L'avvoltoio di Vegaplana nella narrazione con il ritmo quotidiano e descrittivo del noir, all'improvviso grossolanamenteseducente come il look di Amanda,personaggio chiave della vicenda, mannequin di tutti i topoi dell'eros più irrinunciabilmente e segretamenteconvenzionali, dove “convenzione” diventa una qualità positiva, una tintafondamentale per smorzare i toni metafisici al punto giusto, una preziosissimaspezia nella ricetta della narrazione equilibrata. Amanda “sguscia comeun'ombra” impadronendosi dell'immaginazione del protagonista e dando vita aquell'inestricabile rovesciamento delle parti che da sempre caratterizzal'indistruttibile e originalmente sana complicità di chi lega con chi è legato,di chi ordina con chi obbedisce, di chi seduce con chi è sedotto, a lungoindagata dai Klossovsky e dai Bataille, modelli di pensiero che qui camminanocol passo apparentemente pacato della parola di un classicissimo Simenon maanche di un Jean Claude Izzo, dove i sentimenti più estremi d'amore e d'odioattraversano il quotidiano puro ed impuro di una Marsiglia dal sole accecanteche solo il conflitto rende sopportabilmente umana. Il protagonista di questaRosa Cubana insegue un'Amanda che gli tende la riuscitissima trappola narrativamentre la memoria maschile dell'io narrante svela il sotterraneo femminiledell'autore/autrice.
Il protagonista è un pittore che affronta la propria storia prestando se stessoalla narrativa mentre l'autrice svela la propria attitudine all'immagine nelromanzo. Amanda diventa il soggetto del desiderio che riesce ad insinuare inMichele la colpa, a giostrare, imponendoli alla realtà, il sogno come l'incubo.Nell'incalzare del ritmo narrativo di un Leo Malet, dove il paesaggio è un verorompicapo di “non luoghi”, a cominciare dalla scena stessa del delitto, siano,questi, edifici che danno su parcheggi di ipermercati che uffici di poliziauguali in tutto il mondo, le reminiscenze scolastiche del commissario decifranodal mito le flebili luci di Fedra e Dejanira, destinate a trovare la linfa disempre nell'apparente nulla contemporaneo dove il grave splendore dellatragedia edipica si fa colonna portante di questo noir che, perfettamentemediterraneo, riesce ad avvalersi anche delle ombre di un Kafka contemporaneoma fedelmente mitteleuropeo. Si esce e si rientra, nella lettura, continuamentedalle piste della colpa e dell'innocenza, come dall'atto e dalla fantasia. Larealtà dei delitti che animano il noir è, come avverte l'io narrante, una“immagine sbiadita” delle fantasie del protagonista che investono tutto ilcampo d'azione, più grandi degli eventi stessi, sconfinate come può esserlosolo l'ispirazione alla scrittura, la sola granitica realtà che s'impone.
Domina il disvelamento di una verità possibile il mito della caduta diLucifero, la caduta nella colpa, o dalla colpa, del protagonista che piomba nelgrande spiazzo “fra grigi palazzi incombenti”, moderno Icaro le cui alibruciano al contatto con la luce dei suoi stessi fantasmi, troppo alti, tropporoventi. L'identificazione con l'angelo ribelle non può non rimandare a certicapolavori del girone hollywoodiano quali “Natural born Killer” dove le animedannate si identificano confusamente con gli angeli, faticando a distinguerefra quelli serafici dei dipinti religiosi e “l'altro”, il più appetibile, ilpiù vicino, quello che suole definire se stesso “il diseredato”, il Lucifero diOrigene non ancora corrotto iconograficamente dall'identificazione con Pan,ancora intatto nella pura bellezza di figlio prediletto, ancora lontanissimodalla mostruosità bestiale degli inferi. Il tonfo, la caduta, la ribellioneverso il Creatore, nel protagonista avvengono in una coordinazione coi nonluoghi in cui egli vive il suo dramma di ultimo della Terra, di moderna animaprecaria d'un mondo apparentemente senza Dio. La Caduta apocrifa del “figlioprediletto” si celebra, come in certe moderne trasposizioni di opere liricherivisitate, nell'universo degli psicofarmaci che, di questo nostro nomadedell'abisso, deformano la fisicità stessa al ritmo di un universo psichiatricoche, in un sorprendente ossimoro, si offre da filo d'Arianna di una possibileverità. Il mostruoso buco biblico in cui il moderno Lucifero precipita avvienein quelle notti non stop dove una lunga linea del buio viene tracciata“dall'aperitivo delle happy hour allacolazione del giorno dopo”.
Ancora non luoghi, ancora un immenso vuoto destinato a sopirsi all'avventodella luce, ancora l'inconsapevolezza fra la colpa e l'innocenza in cui dovràfatalmente predominare un istinto alla difesa contro tutto e nulla, o forsesolo contro un'idea di se stesso. Lucifero si sente ingannato dal padre, scorgeil pupazzo di fango, a cui il Padre servito fedelmente ha dato il soffiodell'anima, preferito a lui e posto al centro del paradiso terrestre. Ed iniziala sua lotta senza fine. Il diavolo biblico si percepisce innocente, il nostroprotagonista no. Egli dubita, è il primo a non sapere, mentre percepisce lacolpa per ciò che forse ha solo pensato. Come se percepisse le parole di uncatechismo infantile in cui si insegna che il male può essere compiuto conpensieri, parole, opere ed omissioni. Cadendo in tentazione forse non hascavato nessun buco come il suo antenato del mito: il buco era già pronto fra inon luoghi e i ritmi incalzanti ma in fin dei conti monocordi e monotematicidell'universo contemporaneo in cui egli si aggira cercando una spiegazionenella sua “selva oscura” dove in Amanda forse si cela una Lilith prima sposa diAdamo.
L'inferno del protagonista assume le sembianze di un labirinto, il labirintodei luoghi e non luoghi della notte ma anche quello delle indagini che tornanocome un'esigenza insopprimibile della struttura narrativa stessa erinvigoriscono la trama capace di oscillare fra la quota di volo mitologica equella a tappeto della prassi poliziesca. Gli omicidi sono seriali, com'èseriale il contesto umano e ambientale in cui l'azione si svolge, come siripetono, sostituendo per periodi impossibili da definire con un normaleorologio, le impennate allucinatorie, non meno reali di quella realtà chetentano ad ogni pagina di velare, in questa narrazione che procede conl'intonazione di un canto di sirena, ora volta a chiamarti a sé, ora a fartisbattere contro lo scoglio fatale. Sarà più semplice, infine, la conclusione?Sarà essa una chiave aperta su un cancello chiuso con quella scritta “Nonoltrepassare” come nel “Quarto potere” di Orson Welles in cui la cinepresa siferma, arrestata da un improvviso pudore degno della migliore privacyanglosassone? O prevarrà invece il sogno, il fantasma erotico in una danzadionisiaca liberatoria?
Ma forse, leggendo, ci accorgeremo che non è questa la domanda più importante.Saremo indotti a chiederci invece se quest'inferno ha un'uscita, se c'è uno opiù personaggi che potrà trarre fuori da questo enigma d'identità (che è ilsolo inferno nonché padre di tutti gli inferni del mondo contemporaneo) ilnostro protagonista per farlo approdare, come da epica tradizione, in unaspiaggia del Purgatorio da cui risalire verso la vita, magari la sua piùautentica, nella chiusa dell'ultima pagina.
LA PRESENTAZIONE DA FELTRINELLI, marzo 2015, PARMA , con Giuliano Turrini, Marco Tani e Anna Cabrini
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L'INTERVISTA DI MICHELE BRUCCHERI IN "LA VOCE DEL NISSENO" 24 febbraio 2016​



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